La parola del Parroco - Don Maurizio Spreafico - 24 ottobre 2021

Carissimi, celebriamo oggi la XXX Domenica del Tempo Ordinario. Quello che oggi ci viene proposto nel vangelo di Marco è il racconto dell’ultimo miracolo compiuto da Gesù prima del suo ingresso trionfale a Gerusalemme: la guarigione del cieco Bartimeo.

All’inizio del brano si evidenzia la situazione esistenziale del cieco: è cieco, non vede niente, non gode il sole, i colori, il volto di sua madre; è mendicante, non ce la fa da solo, vive se qualcuno si accorge di lui; è seduto, un simbolo che la sua vita si è fermata, si è arreso. Che cosa c’è di più povero di uno che è cieco, mendicante, sfinito e scoraggiato?

Il grido del cieco: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Una preghiera di supplica, umile e sincera, piena di fiducia, una preghiera insistente, che vince l’ostacolo della folla che lo rimprovera, al punto che il suo grido si fa più forte e la sua implorazione più accorata. È come la preghiera del pubblicano al Tempio: “O Dio, abbi pietà di me peccatore!”. È come il grido di Pietro sul lago dopo la pesca miracolosa: “Allontanati da me che sono un peccatore”! Un atteggiamento tanto diverso dalla richiesta ambiziosa di Giacomo e Giovanni che, nel vangelo di domenica scorsa, chiedevano a Gesù, con tono arrogante, i primi posti nel suo regno: “Noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo, concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”.

Passa Gesù, si ferma e la vita riparte. Gesù fa chiamare il cieco e lo mette al centro della scena. Gesù è il buon samaritano che passa e si ferma. È capitato lo stesso con Zaccheo, invitato da Gesù a scendere dall’albero perché voleva fermarsi a casa sua. È capitato a tanti altri ammalati nel corpo e nello spirito, che incontrando Gesù ritrovano vita a speranza.

“Coraggio! Alzati, ti chiama!”: sono queste le parole che ora i discepoli rivolgono al cieco. Poco prima lo hanno rimproverato e volevano farlo tacere; ora, grazie all’intervento di Gesù, lo incoraggiano ad andare da lui. Il cieco balza in piedi e getta via il suo mantello, quel mantello che probabilmente è l’unica cosa preziosa che ha. Un gesto eloquente che rivela il suo cammino di guarigione e di rinascita, di fede e di abbandono in Dio.

Gesù gli dice: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”, permettendogli così di esprimere e di manifestare i desideri che porta nel cuore, un po’ come farà dopo la sua risurrezione quando si affiancherà ai due discepoli di Emmaus, permettendo loro di esprimere e di manifestare le domande e gli interrogativi che portavano nel cuore. Ed ecco la guarigione del cieco, una guarigione fisica che è segno di una rinascita interiore alimentata dalla fede: “La tua fede ti ha salvato!”. Il brano si conclude con il cieco che diventa discepolo, seguendo Gesù e glorificando Dio. E così, Bartimeo, da cieco, seduto e mendicante, è ora vedente, rimesso in piedi e discepolo!

 

Il Signore passa continuamente nella nostra vita e noi dobbiamo essere attenti a coglierne il passaggio: una parola che ci colpisce, un fratello che ci interpella, un’ispirazione che nasce dentro di noi. E Gesù chiede anche a noi: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. Rispondiamogli con sincerità: aiutami ad essere più fedele ai miei impegni quotidiani, aiutami a superare un’abitudine cattiva, aiutami a pregare di più, aiutami ad essere più paziente, aiutami a perdonare, aiutami ad amare con gratuità e dedizione, aiutami ad essere una persona di comunione.