La parola del Parroco - Don Maurizio Spreafico - 07 agosto 2022


Carissimi, celebriamo la XX Domenica del Tempo Ordinario. La parola del vangelo di questa domenica sembra essere in netto contrasto con il messaggio d’amore, di unione e di pace che Cristo è venuto a portare sulla terra con la sua incarnazione, passione, morte e risurrezione e soprattutto mediante l'invio dello Spirito Santo su ciascuno di noi. 
“Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso ... Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione”. Lui che ha chiesto di amare i nemici, che ha dato il nome di “divisore”, diavolo, al peggior nemico dell'uomo, che ha pregato fino all'ultima sera per l'unità “ut unum sint”, qui pare contraddirsi. Occorre invece fare una lettura attenta e approfondita del testo e comprendere bene cosa vuole dire Gesù con queste parole, utilizzando il paradosso che spesso incontriamo nei suoi discorsi. Sappiamo che il paradosso va contro l'opinione o contro il modo di pensare comune, e quindi sorprende perché strano, inaspettato. 
Il Dio rivelato da Gesù non è neutrale: vittime o carnefici non sono la stessa cosa davanti a lui, tra ricchi e poveri ha delle preferenze e si schiera. Il Dio biblico non porta la falsa pace della neutralità o dell'inerzia, ma «ascolta il gemito del povero» e prende posizione contro i faraoni di sempre. La divisione che porta evoca il coraggio di esporsi e lottare contro il male. «Perché si uccide anche stando alla finestra» (Luigi Ciotti), muti davanti al grido dei poveri e di madre terra, mentre soffiano i veleni degli odi, si chiudono porte, si alzano muri, avanza la corruzione.
Il discepolo di Gesù non può restarsene inerte a contemplare lo spettacolo della vita che gli scorre a fianco, senza alzarsi a lottare contro il male e ogni forma di morte. Altrimenti il male si fa sempre più arrogante e legittimato. “Sono venuto a portare il fuoco, e come vorrei che divampasse!”: come quella fiammella che a Pentecoste si è posata sul capo degli apostoli e li ha resi coraggiosi e intrepidi testimoni del vangelo, disposti a tutto, anche a dare la vita pur di far divampare il fuoco del vangelo in ogni angolo della terra. Tutti abbiamo conosciuto uomini e donne appassionati del Vangelo, e li abbiamo visti passare fra noi come una fiaccola accesa. 
Gesù stesso, mite e umile di cuore e coraggioso annunciatore della buona notizia, è stato con tutta la sua vita segno di contraddizione. Il suo Vangelo è venuto come una sconvolgente liberazione: per i piccoli e i poveri; per i lebbrosi, i ciechi e i paralitici; per le donne sottomesse e schiacciate dal maschilismo; per gli schiavi in balia dei padroni. Si è messo dalla loro parte, li ha chiamati al suo banchetto, ha fatto di un bambino il modello di tutti e dei poveri i prìncipi del suo regno, ha scelto sempre l'umano contro il disumano. La sua predicazione non metteva in pace la coscienza, ma la risvegliava dalle false sicurezze e da scelte di comodo.
La scelta di chi si dona, di chi perdona, di chi non si attacca al denaro, di chi non vuole dominare ma servire gli altri, di chi non vuole vendicarsi, diventa precisamente divisione, guerra, urto inevitabile con chi pensa a vendicarsi, a salire, a dominare, a vincere a tutti i costi. Leonardo Sciascia si augurava: «Io mi aspetto che i cristiani qualche volta accarezzino il mondo in contropelo». 
Chiediamoci allora: siamo discepoli di un vangelo che brucia, brucia dentro, ci infiamma qualche volta almeno, oppure abbiamo una fede che rischia di essere solo un tranquillante, una fede sonnifero? Riconosco che c'è una goccia di fuoco anche in me, una lingua di fuoco sopra di me come a Pentecoste, c'è lo Spirito Santo che mi spinge ad essere un autentico testimone del vangelo e ad accendere il fuoco del suo amore in ogni ambiente e situazione di vita?