La parola del Parroco - Don Maurizio Spreafico - 16 gennaio 2022

Carissimi, dopo il Tempo di Natale, eccoci nel Tempo Ordinario con la II Domenica dell’Anno C. Con la festa dell’Epifania e del Battesimo di Gesù, abbiamo meditato e contemplato la manifestazione di Gesù per tutti, dai vicini ai lontani, dai giudei ai pagani. In questa domenica, con il noto vangelo delle nozze di Cana, Gesù si manifesta ai discepoli, così come leggiamo alla conclusione del brano di Giovanni 2,1-11: “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”.

Possiamo farci un interrogativo iniziale: come mai Giovanni comincia a descrivere l’attività di Gesù con un fatto in apparenza così profano come un banchetto di nozze? Un episodio che potremmo definire “leggero” se lo confrontiamo con gli inizi degli altri vangeli, i quali ci mettono di fronte ad un’umanità fatta di lebbrosi, di paralitici, di indemoniati che Gesù incontra e risana. È vero che anche Giovanni poi racconterà gli altri “segni” fatti da Gesù che riguardano persone in grave necessità (il cieco nato, l’adultera, il paralitico, la samaritana, ecc.), ma perché si inizia proprio con “questo segno” attraverso cui Gesù dà inizio ai suoi miracoli? Perché il “segno” delle nozze è un tema molto presente nella Bibbia: Dio è lo sposo fedele che ama il suo popolo, sposa infedele; e Gesù è lo sposo fedele che ama la Chiesa sua sposa, santa e peccatrice.

Nell’episodio delle nozze di Cana avviene un fatto inaspettato: viene a mancare il vino! La gioia è sul punto di esaurirsi, la festa sta per essere rovinata! Capita spesso nell’esperienza umana che la gioia si esaurisca, che l’impresa non si realizzi, che il solo sforzo umano sia destinato a fallire. Capita anche con l’amore: pensiamo agli ardenti innamoramenti che si svuotano, alle coppie stanche che non trovano più né motivo né gusto per stare insieme, ai sacerdoti o ai consacrati che perdono la gioia e l’entusiasmo della donazione e del servizio.

Occorre allora che “entri in scena” Gesù, che per la prima volta è presentato come un maestro: si presenta infatti ufficialmente, portando con sé un gruppo di discepoli. Gesù interviene a riportare gioia e allegria a Cana, così come quando interviene a portare gioia e fiducia ai discepoli che avevano pescato tutta la notte sul lago di Tiberiade, ma non avevano preso nulla. È la sua missione: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11).

L’intervento di Gesù è sollecitato da sua madre Maria. Maria è una donna attenta alle necessità degli altri ed è pronta ad intervenire chiedendo al Figlio di fare qualcosa; non esige, non si impone, soltanto fa notare la situazione e gli chiede di intervenire. E anche se la risposta del Figlio è sconcertante, la fiducia ha il sopravvento in Maria, una fiducia che essa trasmette ai servi: “Fate quello che vi dirà”! E quando Gesù interviene, Maria si ritira, il suo compito di portare altri da Gesù è compiuto. Anche a noi Maria dice: “Fate quello che vi dirà!”. È un invito innanzitutto ad ascoltare Gesù, a frequentarlo attraverso la lettura e la meditazione della Scrittura, perché lui ci parla continuamente, ma a volte noi siamo distratti e poco attenti alla sua voce. È un invito poi a fare, ad operare, ad intervenire, ad essere anche noi di aiuto e di soccorso agli altri, nella carità e nel servizio.

Quando avviene il miracolo del vino buono e abbondante che restituisce la gioia alla festa, il maestro di tavola fa chiamare lo sposo, per ricevere da lui spiegazioni sul fatto. Ma è Gesù che, offrendo il vino buono, si è sostituito allo sposo, è lui che nel racconto assume la funzione di sposo e così il miracolo di Cana diventa una chiara manifestazione di Gesù sposo e messia!

 

Un augurio in conclusione: che fortuna potrebbe essere per noi l'Eucarestia della domenica, se non fosse ridotta a giara di pietra vuota, ma fosse per ciascuno di noi la custodia del vino nuovo del Vangelo, un vino che ci consente di rientrare nella vita quotidiana non con la faccia triste di chi è annoiato, stanco, deluso, ma con il volto felice di chi ha incontrato il Dio della vita, il Dio del banchetto, il Dio della festa!